La sentenza Corte di Giustizia, 9 agosto 1994, C-43/93, Vander Elst si inserisce nel quadro dell’allora art. 59 TCEE (oggi art. 56 TFUE), che tutela la libera prestazione dei servizi all’interno dell’Unione.
Chi è Vander Elst, e cosa ha a ce fare con le trasferte UE?
Mr. Vander Elst era titolare, a Bruxelles, di un’impresa specializzata in attività di demolizione. L’impresa si avvaleva stabilmente, da numerosi anni, delle prestazioni, oltre che di cittadini belgi, anche di lavoratori aventi la cittadinanza marocchina. Questi ultimi risiedevano legalmente in Belgio, erano muniti di un permesso di lavoro belga, versavano i contributi e venivano regolarmente retribuiti in Belgio.
Nel 1989, l’impresa Vander Elst eseguiva lavori di demolizione e di recupero di materiali a Reims, in Francia. Questi lavori si protraevano per un mese. Per la loro esecuzione il signor Vander Elst inviava sul posto una squadra di otto persone, composta di lavoratori stabilmente occupati presso la sua impresa, di cui quattro belgi e quattro marocchini.
Le autorità francesi contestarono l’assenza di permessi di lavoro francesi per quei lavoratori, nonostante fossero legalmente occupati in Belgio.
La questione giuridica
Si trattava di stabilire se uno Stato membro potesse imporre un permesso di lavoro nazionale a lavoratori extra-UE già regolarmente occupati in un altro Stato membro, quando l’impresa esercita una prestazione di servizi transfrontaliera.
La decisione della Corte
La Corte ha affermato che l’obbligo di ottenere un permesso di lavoro nello Stato ospitante, in presenza di lavoratori già regolarmente occupati nello Stato membro di stabilimento dell’impresa e distaccati temporaneamente per l’esecuzione di un servizio, costituisce una restrizione alla libera prestazione dei servizi vietata dall’art. 59 TCEE (oggi art. 56 TFUE), salvo giustificazione fondata su motivi imperativi di interesse generale e nel rispetto del principio di proporzionalità.
La Corte ha chiarito che:
• I lavoratori erano legittimamente inseriti nel mercato del lavoro belga
• Il loro impiego in Francia era strettamente funzionale e temporaneo rispetto alla prestazione di servizi
• L’imposizione di un’ulteriore autorizzazione nazionale determinava un ostacolo ingiustificato all’attività dell’impresa
Perché è una decisione fondamentale per le trasferte nell’Unione Europea
La sentenza Vander Elst ha creato il principio secondo cui:
- La mobilità temporanea dei lavoratori segue la libertà di prestazione dei servizi dell’impresa.
- Uno Stato membro non può introdurre ostacoli amministrativi sproporzionati (come un nuovo permesso di lavoro) se il rapporto di lavoro è già regolare nello Stato di origine.
- Si consolida il quadro in cui rientra anche la logica del certificato A1: evitare duplicazioni normative e contributive quando l’attività è temporanea e legittimamente radicata in un altro Stato membro.
Non tutti i paesi dell’unione Europea applicano il “principio Vander Elst”
Il principio Vander Elst non opera come esenzione automatica in tutti gli Stati membri. In numerosi ordinamenti:
- È richiesta una procedura preventiva
- Può essere necessario un visto o permesso di lavoro nazionale
- L’esenzione è subordinata a requisiti sostanziali e soggettivi stringenti
Ne deriva che, nelle trasferte intra-UE di lavoratori extra-UE, o impiegati stabilmente nella UE, occorre sempre esaminare le norme che disciplinano l’immigrazione in modo autonomo.
Non è detto, infatti, che sia sufficiente rispettare le norme in materia di distacco (Dir. 96/71/CE) e/o di sicurezza sociale. In poche parole, l’effettuazione di tutte le attività legate alla compliance (notifica, condizioni di lavoro, documenti, A1, ecc.) potrebbe non essere sufficiente per l’invio del lavoratore di nazionalità non UE in trasferta,
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